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Il casino

29 Settembre 2007

Il casino è quando ti accorgi che nella stanza in cui lavori non ci entri più.

Perché tutto lo spazio vitale è occupato da hardware, scatoloni, fogli di carta, comunicati stampa, dischetti, CD, DVD, chiavette di ogni genere e specie, altri scatoloni, altro hardware, riviste, libri e altri fogli di carta ancora più grossi, tutti in rigoroso ordine sparso, tutti che anelano alla perfezione entropica, uno status metafisico in base al quale l’oggetto X, che normalmente dovrebbe occupare lo spazio P, in realtà riesce a essere almeno 2P più voluminoso.

Il casino è quando ti accorgi che tutto questo perfetto ordine sparso catalizza sguardi di unanime disprezzo in tutti coloro che hanno – per un motivo o per l’altro – necessità di spostarsi tra mucchi di cose di cui non comprendono la natura, e che non ritengono minacciosi soltanto perché A) in fondo sono inermi e B) se non mi hanno ancora ammazzato, possono fidarsi anche loro. Non osano dirti nulla, perché in fondo quello è il TUO spazio vitale privato, e se vuoi tenerlo uno schifo sono cazzi tuoi, però sai che ti compatiscono e sotto sotto ti reputano un vunciòn, come dicono dalle mie parti.

Anzi, no, forse ti ritengono ancora una persona pulita, ma solo perché hanno visto la stessa stanza in perfetto ordine, in un’altra vita o giù di lì.

La tragedia sorge nel momento in cui tu, presa coscienza del fatto che ormai in quel casino non ci puoi più vivere, decidi che è ora di farla finita. No more disordine, no more entropia. E allora cominci dagli scatoloni. Poi impili le riviste. Poi metti tutti i CD e DVD nelle loro custodie. Poi metti le custodie nel raccoglitore. Poi passi alla scrivania.

La scrivania.

Una baraonda immane di foglietti, CD, appunti, altri CD, DVD, chiavette USB, cavi di ogni genere e specie, elastici, fili di ferro ricoperti in plastica, graffette, sacchettini di cellophan, altri cavetti, perfino una pallina antistress di Pro Evolution Soccer che giusto l’altroieri è servita a farmi amico un gatto randagio che di tanto in tanto si intrufola in casa mia, la gira tutta, viene a trovarmi nel mio antro e poi si mette a miagolare finché non gli do’ del cibo. Lo stesso che sono andato a comprargli al supermercato, perché noi si ha l’abitudine di fare fuori tutto ciò che si cucina e per il gatto, regolarmente, non resta più nulla. Del resto è randagio, mica fa parte del nucleo famigliare: oggi c’è, domani va a farsene dei giri. Quando ha fame, miagola. E bon. Altri cavi, altri foglietti, dello scotch appallato e rattrappito, qualche mouse – toh guarda – c’è persino quella memory card che cercavo due settimane fa e.

Beh, stamattina mi sono messo d’impegno per ridare un ordine e una presentabilità a tutto questo. E’ ora di cena. Ho finito adesso e sono stanco. Alle 22.40, però, inizia il film al cinema: Un’impresa da dio. Sì, sì, come no…

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